Non ho tempo per Non avere tempo

scritto da Vrilly
Scritto Ieri • Pubblicato 7 ore fa • Revisionato 7 ore fa
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Ho un fastidio, non lo nascondo: la scusa del “non ho tempo”, usata per mascherare il disinteresse. Un alibi divenuto ormai collettivo, che mi ha fatto riflettere: il tempo non manca mai, manca il coraggio di scegliere come viverlo…
- Nota dell'autore Vrilly

Testo: Non ho tempo per Non avere tempo
di Vrilly

Buongiorno mondo,

C’è una cosa che mi disturba, e lo fa con la costanza ostinata di una crepa nel muro: l’incredibile abilità con cui la gente maschera il proprio disinteresse dietro l’alibi degli impegni.

Sono troppo occupato di qui, di là, con questo, con quello — e a questa scusa si abbina sempre una lamentela sorda, quasi un vittimismo sacrale, riservato a chi si crede — o si dichiara — indaffarato. È un copione che si ripete identico: prima l’affanno esibito, poi il lamento, infine la pretesa, verso chi si sta scartando, di ricevere pure compassione. Osservo questa pratica dilagare con un disgusto sempre più marcato. Non fa distinzioni di genere: chiunque non sia realmente interessato a qualcosa la impugna come scudo. Così proliferano frasi come “non puoi capire che settimana ho avuto”, “che weekend ho fatto”, fino a quando la scusa si riduce a puro automatismo linguistico, liquidata con un “eh, ma io lavoro…” — e il gesto che lo accompagna, l’espressione del viso che lo sostiene, lasciano a chi ascolta il compito di interpretare quel vittimismo come fosse verità.

Per un istante, chi ascolta resta invischiato nella commedia, salvo poi risvegliarsi di scatto a sipario calato, pensando: “ma sti cazzi!?!”

Ecco cosa mette in scena, oggi, una società come la nostra nei rapporti umani: sempre più persone convinte di valere qualcosa solo perché dichiarano di non avere più tempo, di essere impegnate — troppo impegnate — per un saluto qualunque, un “come stai”, un “ci vediamo”. Una società che ha smarrito la stima di sé, il gusto delle proprie scelte, la certezza che l’incontro con l’altro sia una fonte primaria di ricchezza; una società che si illude di essere importante grazie a una menzogna cucita su misura, di cui il primo a farsi ingannare è proprio chi la pronuncia. Il risultato è un mondo senza più persone soddisfatte, dove ci si stupisce se qualcuno, per caso, trova il tempo e le poche risorse rimaste per fermarsi, salutare, dire qualcosa, esprimere un’opinione. Perché l’opinione personale è morta da tempo, da quando il pensiero collettivo è diventato rifugio comodo, riparo dalla critica, biglietto d’ingresso per l’inclusione sociale.

Io, tutto questo, non lo sopporto più. Sarò strana, ma io il tempo lo trovo — un sacco di tempo — nel bel mezzo tra una cosa e l’altra. Ho tempo quando la mente fantastica, ho tempo quando il cuore si emoziona, ho tempo quando osservo il poco tempo degli altri e me ne stupisco. Ho tempo per scrivere, per leggere, per pregare. Ho tempo per pensare a quanto sto male, quando sto male, e a quanto sono fortunata, oggi che sto bene. Ho tempo quando decido di fermarmi un attimo a bere un caffè, quando lavoro — perché il lavoro nobilita non solo la mia vita ma anche quella degli altri —, così come ho tempo quando tendo una mano, quando presto ascolto, quando dico “mi piace” e lo proietto persino nel futuro, cercando lo spazio per dire “mi piacerebbe”. Di fatto, il tempo, io, ce l’ho sempre. E in questo tempo cerco spazio: uno spazio mio, da condividere con chi desidera davvero esserci, ma anche con chi è solo di passaggio, e persino — non esagero — con chi, per pura curiosità sfrenata, si affaccia tra i suoi mille e più impegni giusto per dire: “mamma mia, che vita sprecata, sempre a perder tempo, come fai?!”. Ecco, io ho tempo, e in questo tempo senza confini provo a costruire uno spazio inclusivo, dove chiunque lo voglia possa ritrovare il proprio tempo e condividerlo con me e con altri — perditempo — come me.

Ma cosa ne faccio, di questo spazio, con tutto questo tempo a disposizione? Provo a creare valore. Valore per me stessa, valore per le cose, valore per una vita che ha bisogno prima di essere pensata e poi vissuta fino in fondo. Una vita piena di sorrisi, anche quando il dolore ci irrigidisce. Tempo per riflettere sul fatto che no, non siamo tutti uguali, ma è proprio per questo che possiamo scegliere chi vogliamo diventare. Un tempo per il niente, per la stasi assoluta; un tempo per correre a perdifiato; un tempo per concederci la possibilità di non ricorrere alla menzogna, di essere onesti con noi stessi, di trovare le parole giuste per cominciare qualcosa e non soltanto per scambiarci informazioni di servizio. Un tempo che riempie l’esistenza senza pretendere giustificazioni.

Ma questo tempo io ce l’ho, come ce l’hanno tutti — un bene comune che nessuno ammette di possedere. L’ho capito proprio lì, nel folto degli impegni, tra i problemi, le cose da fare, le responsabilità da assolvere e le volontà da soddisfare: ho visto che nulla di tutto questo potrebbe reggersi in piedi senza il tempo che lo sostiene, come un’impalcatura invisibile. È stato in quell’istante che ho sentito la crepa tra ciò che è e ciò che ne avevo fatto. Non mi mancava il tempo — quello, in fondo, c’è sempre stato, fedele e silenzioso. Mi mancava il coraggio di abitarlo a modo mio, di prendermi la responsabilità di dire “questo voglio, questo scelgo” — e se questo vuol dire anche dirti “mi dispiace, tu, o quella cosa, non siete tra le mie priorità”, che sia detto senza vergogna, senza che nessuno dei due debba portarne il peso. Perché liberandoti dal disagio dell’io vorrei ma non posso, non ho tempo, non faccio che restituirti ciò che è già tuo: il diritto di viverlo come meglio credi, senza scuse cucite addosso, senza vittimismi da recitare a soggetto. È una legge semplice, quasi fisica: ciò che facciamo davvero per noi stessi, prima o poi, diventa la libertà di qualcun altro.

Non ho tempo per Non avere tempo testo di Vrilly
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